Il Ponte sullo Stretto di Messina non è un’infrastruttura, è uno stato mentale. Dopo settant’anni di rendering, plastici e promesse elettorali, l’opera sembra aver generato più faldoni giudiziari che piloni di cemento. Più che unire due sponde, il progetto agisce come un sofisticato "meccanismo di potere": un sistema che auto-alimenta carriere, reti di relazioni e flussi di denaro pubblico ancor prima di aver posato la proverbiale prima pietra. Non è un cantiere, è un ecosistema burocratico che vive di rinvii e zone d'ombra.
Il magistrato "non allineato" e la promessa di un premio
L’ultima tegola arriva dalla Procura di Roma e somiglia a un classico romanzo d'appendice sulla degenerazione istituzionale. Al centro c'è Tommaso Miele, ex presidente aggiunto della Corte dei Conti, l'organo che dovrebbe vigilare sulla legittimità della spesa pubblica. Secondo i pm, il "controllore" si sarebbe trasformato in "informatore" per il "controllato" (la Stretto di Messina SpA).
Miele avrebbe fornito aggiornamenti costanti e rivelato segreti d’ufficio sugli orientamenti dei colleghi riguardo alla delibera Cipess. Il prezzo del favore? La promessa di un "endorsement" per cariche prestigiose post-pensione, come la presidenza dell'Antitrust o di una grande partecipata. Nelle intercettazioni, il disprezzo per l'indipendenza della magistratura contabile è palpabile:
"Assolutamente non allineato a questi deficienti dei miei colleghi."
È il paradosso perfetto: un magistrato che si vanta di non essere "allineato" alla legge, ma ai desiderata del governo e del "suo amico Salvini".
L'inganno del 50%: un regalo miliardario ai privati
Se la vicenda Miele è fango giudiziario, la questione dei costi è un'acrobazia finanziaria che scavalca le norme europee. La direttiva UE 24/2014 parla chiaro: se il costo di un’opera aumenta oltre il 50% rispetto al contratto originale, bisogna indire una nuova gara d’appalto. Il Ponte è passato dagli 8 miliardi del 2006 ai 13,5-14,5 miliardi attuali. Eppure, il governo insiste nel tenere in vita il vecchio contratto con il consorzio Eurolink (guidato da Webuild).
Perché questo accanimento terapeutico su un contratto vecchio di vent’anni? Semplice: per liberare il privato dal rischio d’impresa. L’opera è ora interamente finanziata dallo Stato, trasformando una concessione in un "regalo pubblico". In questo scenario riappare Pietro Ciucci, l’uomo di tutte le stagioni, già alla guida della società nel 2009 quando furono inserite le clausole sulle penali che Webuild ha usato per fare causa allo Stato. Ciucci è tornato, il rischio di mercato è sparito e il conto, ovviamente, lo paghiamo noi.
I link di Meloni e il mistero del rapporto KPMG
La tensione tra governo e Corte dei Conti ha toccato vette di surrealismo puro sulla gestione dei documenti. Di fronte ai rilievi dei giudici sulla completezza degli atti, la premier Giorgia Meloni ha risposto con una sufficienza quasi sprezzante: "Abbiamo inviato i link perché c'è internet".
Ma dietro la battuta sui computer si nasconde un problema di integrità: un link può essere modificato o aggiornato in ogni momento, un documento protocollato no. E tra questi documenti "volatili" manca all'appello il pezzo forte: il rapporto di consulenza della multinazionale KPMG. Perché il governo non lo pubblica? Il sospetto dei magistrati è che gli analisti indipendenti siano stati molto più scettici dell'esecutivo sulla reale utilità economica dell'opera. Se i numeri non tornano, meglio nasconderli dietro un link.
L’artificio "Iropi": l’ambiente può attendere
Per blindare il progetto, il governo ha sfoderato l'artificio procedurale definitivo: la relazione IROPI (Imperative Reasons of Overriding Public Interest). In pratica, si invoca un "motivo imperativo di rilevante interesse pubblico" per bypassare la Direttiva Habitat e la tutela delle aree Rete Natura 2000 (Capo Peloro, Costa Viola).
La Corte dei Conti ha definito questa mossa "carente e contraddittoria". È bizzarro invocare l’urgenza per un’opera discussa da 70 anni al solo scopo di nascondere sotto il tappeto la mancanza di una seria Valutazione di Incidenza Ambientale. Si sacrifica la biodiversità sull'altare di un'urgenza politica che esiste solo nei tweet del Ministro delle Infrastrutture.
Il progettista "fantasma" e l'azzardo delle 68 raccomandazioni
Sul fronte tecnico, la situazione non è migliore. La società danese Cowi, progettista ufficiale, osserva un silenzio tombale, rifiutando interviste e rimandando ogni chiarimento a Eurolink. Nel frattempo, il Comitato Scientifico ha dato il via libera al progetto, ma lo ha zavorrato con 68 "raccomandazioni".
Non parliamo di dettagli estetici, ma di prove sismiche e aeroelastiche fondamentali rimandate al progetto esecutivo. Nonostante queste incertezze strutturali, il piano prevede di avviare "opere anticipate" per 680 milioni di euro. Si scava e si demolisce senza avere la certezza tecnica che l’impalcato resti in piedi sotto le raffiche di vento dello Stretto. Un azzardo che, in caso di fallimento, graverebbe interamente sulle casse dello Stato.
Il "bancomat" procedurale del blocco sociale
Il Ponte, oggi, è un "blocco sociale": un sistema di potere che si nutre della sola progettazione. Non serve che il ponte venga costruito; serve che la Stretto di Messina SpA resti aperta. La società è una giostra di consulenze, incarichi e compensi che attraversa i decenni. È un sistema di "carriere e reti di relazioni" che prospera nella continuità amministrativa.
Per interrompere questo drenaggio di risorse, la richiesta del movimento "No Ponte" è netta: chiudere definitivamente la società concessionaria. Solo così si può spezzare il legame tra la politica e questo "bancomat" procedurale che non produce infrastrutture, ma solo spesa pubblica improduttiva.
Conclusione: Acqua passata ?
Il prossimo 8 agosto, a Messina, il movimento "No Ponte" tornerà in piazza per ribadire che l'opera è un bluff. Mentre le inchieste giudiziarie scavano nei rapporti tra magistrati e ministeri, resta la sensazione che il progetto sia già, citando il titolo del manifesto, "Acqua passata".
È possibile che questa sia l'ultima indagine, il colpo definitivo a un'opera che non sta in piedi né tecnicamente né giuridicamente? La responsabilità politica, però, non si decide nelle aule di giustizia. La domanda per i cittadini e per il governo resta una: vogliamo continuare a finanziare un "meccanismo di governo" del territorio o è ora di ammettere che il Ponte è solo un'infinita, costosissima illusione?










